Nel mondo della cultura pop, una delle rivoluzioni più repentine e massicce in tempi moderni, coadiuvata dalla crescente globalizzazione culturale, è stata l’ingresso dell’animazione nipponica nel mainstream di media occidentali; gli anime, termine prestato direttamente dalla lingua giapponese (letteralmente animazione), sono forse la forma d’intrattenimento che più ha acceso dibattiti e discussioni negli ultimi anni, in particolar modo per la loro stessa natura di disegni. L’idea generale diffusasi oggi è che solo ultimamente – e lentamente – il mondo dell’animazione stia avendo il suo riscatto culturale, e che stia acquisendo dignità anche tra gli adulti dopo un lungo passato di etichettamento come prodotto “per bambini”. È un concetto parzialmente errato: si pensi, ad esempio, che i cartoni statunitensi degli anni ’30 e ’40 venivano proiettati nei cinema – a budget molto più elevati degi episodi televisivi odierni – ed erano pensati più per un pubblico adulto che infantile. Tuttavia, è innegabile che con l’avvento della televisione – e una serie di cambiamenti nel mercato dell’intrattenimento – l’animazione occidentale si sia concentrata sul pubblico dei più piccoli. I fattori responsabili di questo attuale fenomeno di riscoperta sono diversi, ma più di tutti proprio gli anime hanno fatto breccia nel mondo occidentale, causando un’esplosione che ha riassestato le fondamenta del mondo nerd – e non solo nel campo dell’animazione -, per cui, oggi, alcuni dei maggiori franchise su scala globale sono giapponesi. Tuttavia, lo scambio culturale avvenne su un piano reciproco: fu infatti l’animazione americana ad ispirare il primo anime della storia, Astroboy, il cui particolare stile illustrativo si rifaceva pesantemente ai cartoni di Topolino (i famosi occhi anime, ad esempio). In tempi recenti, invece, uno dei prodotti più influenti e importanti nella storia dell’animazione – in grado di ravvivare il fenomeno anime in tutto il mondo, dopo il breve calo d’interesse che seguì alle serie degli anni 70′ e 80′ – si fondava profondamente sulle culture e religioni del mondo occidentale, aspetti sconosciuti ed “esotici” per il pubblico giapponese dell’epoca: Neon Genesis Evangelion.
Uno degli archetipi narrativi che più differenziano l’animazione giapponese da quella occidentale è l’abitudine all’implicitazione; soprattutto in storie che trattano di argomenti filosofici e introspettivi, uno spettatore medio italiano si troverà spesso a finire di vedere un film o una serie nipponica ed esclamare “non ho capito niente”. Come pubblico, siamo abituati ad avere una spiegazione esplicita per tutto: ogni azione dei personaggi, ogni discorso, ogni inquadratura deve avere un senso immediato, o comunque di facile interpretazione. In caso contrario, additiamo le incongruenze o i silenzi autoriali come “buchi di trama”, che rendono la storia meno pregevole; invece, opere come Akira, Cowboy Bebop e proprio Neon Genesis Evangelion (per citare tre giganti) richiedono non solo una pesante intepretazione e attenzione, ma anche, a volte, conoscenze pregresse. Evangelion è il caso più lampante: pur abituato allo sforzo intepretativo, il pubblico giapponese si trovò davanti a simboli e significati culturali esteri quasi completamente nuovi, che non avrebbe potuto comprendere senza informarsi individualmente. La profondità di analogie, richiami religiosi e ontologiche risulta enorme anche per noi europei, e per essere compresa e gustata al meglio richiede un certo livello di istruzione teologica; allo stesso tempo, anche il mero worldbuilding interno alla storia (che tecnicamente non necessita di alcuna nozione a priori per essere compreso) viene presentato in modo talmente velato e implicito che risulta impossibile comprenderlo appieno alla prima visione, a meno che non ci si munisca di appunti e non si studi attentamente ogni frase pronunciata dai personaggi. Infine, al di là di massimi sistemi e significati nascosti, quella che in Evangelion viene presentata allo spettatore occasionale è una storia che non ha (quasi) niente a che vedere con il mondo in cui si trova immersa: è un racconto che sviscera la psicologia delle relazioni, dell’identità, dell’individualità e dell’amore. Per seguire la storia del protagonista Shinji attraverso la sua crescita nella serie, infatti, non è affatto necessario comprendere appieno il mondo che lo circonda o i significati filosofici dell’opera: può essere vissuta esattamente così come viene presentata. Neon Genesis Evangelion è dunque un capolavoro dell’animazione che funziona su tre livelli: una potente storia di formazione e di accettazione di sé, una complessa realtà post-apocalittica che intreccia concetti di fantascienza, politica e antropologia, e infine una rivisitazione profonda ed escatologica della religione, dell’anima e dell’origine del mondo, che trae ispirazione dalla tradizione cristiana, ebraica e cabalistica.

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