Non vedevo l’ora di parlarne. A mani basse, uno degli argomenti di ricerca storica che più mi affascinano e appassionano, il nucleo della mitologia britannica e del genere fantasy in generale: Re Artù. Immagino che per la maggior parte delle persone – me incluso, fino a non molto tempo fa – l’idea che ne hanno sia molto semplice: Artù fu un sovrano dell’Inghilterra medievale, amato dal popolo, difensore dell’isola e capo dei cavalieri della Tavola Rotonda, attorno al quale venne in seguito ricamata la leggenda che tutti conosciamo, che include Mago Merlino, Ginevra, Lancillotto, Excalibur, ecc………
Direi che questa è l’immagine più cauta e generale che possa venire in mente a chiunque: un’importante figura storica che venne mitizzata nei secoli successivi, similmente a quanto accadde per Carlo Magno, Vlad Țepeș o Ragnarr Loðbrók. Eppure, al contrario di questi personaggi resi leggendari (che perlomeno trovano una controparte storica, per quanto diversa in carattere e vicende), Re Artù parrebbe non essere mai esistito. Non si tratta di un’aggregazione di diverse figure in una sola, e neppure di un personaggio reale a cui è stato cambiato il nome: semplicemente, non è mai esistito un King Arthur, e neppure un sovrano che portasse il titolo di Re d’Inghilterra nell’alto medioevo. Ma andiamo con ordine.


PURA LETTERATURA


La domanda sorge spontanea: perché Re Artù viene trattato da chiunque come una figura pseudo-storica? Infatti, fin da quando ne ho memoria, ogni media che abbia raccontato la storia di Arthur si è sforzata sempre di 1) Immergere la vicenda in un contesto storico preciso, o 2) Non fa nulla per chiarire che si tratta di una storia completamente inventata. Il fenomeno non è così bizzarro, trovandoci in Italia: specialmente fino a qualche decennio fa, era normale confondere gli elementi delle varie culture, e trattare Re Artù come un pezzo genuinamente appartenente alla storia inglese non sarebbe stato così grave. Ma fino a qualche decennio fa, persino gli inglesi trattavano la vicenda arturiana come storia avvenuta realmente! Il motivo è piuttosto semplice. Partiamo dal fatto che, anche ammettendo Artù come un personaggio realmente esistito, sicuramente non coinciderebbe con la figura che abbiamo fissa nell’immaginario collettivo: il famoso sovrano che estrae Excalibur dalla roccia è una rielaborazione romanza, un corpus di storie cavalleresche che vennero scritte tra l’XI e il XIV secolo in Francia, e che vennero raccolte nel romanzo Le Morte d’Arthur (oggi anche noto come Storia di Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda) di Sir Thomas Malory alla fine del XV secolo in Inghilterra, durante la guerra delle due Rose. Questo corpus di storie e poemi viene comunemente chiamato Materia di Bretagna (o Ciclo bretone): esso fa parte del trittico delle maggiori mitologie medievali europee, insieme alla Materia di Roma (o Ciclo romano) e alla Materia di Francia (o Ciclo carolingio). In realtà, il mito di Arthur trova attestazioni molto precedenti ai poemi cavallereschi francesi, e la prima opera che faccia riferimento al personaggio che oggi conosciamo è un collage storiografico in latino del IX secolo, compilato da un monaco gallese, Nennio: l’Historia Brittonum.


LE ORIGINI LATINE


Le storie di Arthur non vengono narrate in lingua inglese prima del XV secolo; prima del francese, la prima letteratura che tratta le vicende arturiane e (forse) vede nascere il personaggio di Artù è quella latina. Come già detto, la prima opera in cui possiamo trovare un riferimento ad Artù è l’Historia Brittonum: si tratta di una pseudo-storiografia della Britannia (l’antico nome romano dato all’isola della Gran Bretagna), dalla leggendaria fondazione da parte di Bruto di Troia (un mitico discendente di Enea, da cui deriverebbe il nome stesso dei Britanni) fino agli avvenimenti del VI-VII secolo. L’opera non è assolutamente attendibile: più che di una storiografia, si tratta di una raccolta di leggende britanne condite da qualche elemento fornito da storiografie e autori precedenti assai più attendibili, come Beda il Venerabile. Nell’Historia Brittonum, Artù compare come il dux bellorum dell’esercito britanno in guerra nel contesto delle invasioni dei Sassoni, tra il V e il VI secolo; vengono elencate dodici battaglie capitanate da Arthur, l’ultima delle quali (la più importante) è la battaglia del monte Badon. Questa battaglia è l’unico elemento che trova un riscontro nella storia reale, l’unico punto di contatto tra storia e leggenda. La prima attestazione che ne abbiamo è nell’opera del monaco gallese Gilda De excidio et conquestu Britanniae, scritta nella prima metà del VI secolo; qui, tuttavia, non viene nominato nessun comandante a capo della battaglia (l’interpretazione che vedrebbe Ambrosio Aureliano come comandante, e dunque modello storico d’ispirazione per il personaggio di Artù, è datata e quasi sicuramente sbagliata; piuttosto, Aureliano fu sicuramente modello per il personaggio di Merlino), e sono incerte persino data e locazione dell’evento (si sa solo che fu verosimilmente combattuta nell’ultimo ventennio del V secolo nel sud-ovest della Britannia). Alla sua prima apparizione, dunque, Artù appare come personaggio inedito (?) inserito ad hoc in un evento storico già conosciuto e ricordato in precedenza, nel quale il suo titolo non è affatto quello di sovrano, ma semplice capo dell’esercito, leader militare e non politico. Ma quindi, sotto chi avrebbe servito? Chi era il re dei Britanni?


IL RE DEI BRITANNI


In parole povere, non esisteva. Più specificamente, la realtà politica della Britannia post-romana era molto più complessa di quanto possiamo immaginare, anche relativamente all’eptarchia anglosassone (sistema politico stabilitosi in seguito alle invasioni germaniche, che vedeva affiancati i regni di Wessex, Sussex, Essex, Mercia, Kent, East Anglia e Northumbria). È difficile stabilire con certezza il numero e l’identità dei vari stanziamenti e culture britanne, per il semplice fatto che non esiste una letteratura coeva di alcun tipo che li riguardi: l’unica opera letteraria attendibile, la più antica che ci è pervenuta, è la già citata De excidio di Gilda (tecnicamente non è nemmeno una storiografia, bensì un sermone moralistico religioso). Prima di questa, possiamo solo affidarci alle scarse testimonianze archeologiche o riferimenti dell’Impero romano continentale, anch’essi molto esigui. Semplicemente, non si può sapere: i secoli V e VI sono i cosiddetti “dark ages”, termine che ne denota l’oscurità non tanto morale, quanto piuttosto di testimonianze: sono secoli bui, perduti, sconosciuti alla storia, e che difficilmente troveranno mai una luce più chiara di questa. Conosciamo alcuni nomi di pseudo-regni, coalizioni politiche che potevano identificarsi con certi titoli: ad esempio, il Gwynedd, la Dumnonia, il Dyfed… Non sono regni nel senso odierno del termine, e tantomeno non costituivano una realtà “federale”. Sono piuttosto regioni, clan, tribù sparse nella Britannia, molte delle quali perdute nel tempo, e che nemmeno concepivano la monarchia col senso che oggi le attribuiamo.


Y GODODDIN


C’è un’ultima questione sul nome “Arthur” nella storia della Britannia: anche se la prima opera in cui lo troviamo è l’Historia Brittonum, esiste la possibilità che sia stata preceduta dal poema gallese Y Gododdin, in cui viene accennato a un “Arthur”. La parte in questione potrebbe essere un’aggiunta postuma un’interpolazione, per cui la risposta alla domanda sull’origine di Artù rimane ancora un mistero.


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