È difficile organizzare un discorso generale sulla musica, in quanto è probabilmente il medium artistico più consumabile su larga scala e che richiede il minor grado di attività da parte del pubblico per essere apprezzato. Come si è detto in precedenza, la musica, come ogni arte che sia accessibile a chiunque, ha inesorabilmente cambiato il ruolo che aveva nell’immaginario collettivo, e da espressione artistica si è prestata al semplice consumo di massa di un prodotto. Questo non vuol dire, ovviamente, che l’arte in sé sia cambiata, dal momento che chi fa Arte (quella vera) lo fa sempre per lo stesso motivo (e lo farà sempre): esprimersi con un linguaggio che sia più affine alla sua anima di quanto lo sia tutto il resto. Ciò che è cambiato, e che è particolarmente osservabile nell’era della globalizzazione, è la percezione che la massa ha dell’arte; in breve, è cambiata la massa. Tra eventi culturali che hanno segnato un’epoca, movimenti politici e sociali, nascita dell’era digitale e influenza reciproca tra pubblico e industria, sono diversi i motivi che hanno portato, nel novecento in particolare, alla nascita di una pletora di stili e gusti musicali differenti, tanto che la stragrande maggioranza dei generi oggi esistenti ha visto la luce soltanto nel secolo scorso, con l’eccezione della musica “classica” (che esula dal concetto stesso di genere) e blues (o quantomeno il suo prototipo).
Mondi opposti
Abbiamo appena compiuto un’enorme generalizzazione, necessaria per introdurre l’argomento, ma decisamente incompleta: chiariamo, in questo articolo si parlerà quasi esclusivamente di musica occidentale, accennando soltanto alla cultura musicale asiatica, africana (che non si sia riversata nell’Occidente) e quella generalmente meno influente nel mercato musicale odierno. Come mai? Perché, semplicemente, l’Occidente ha vinto il grande gioco della globalizzazione, la più grande partita a Risiko della storia, e il punto di vista euro-americano è diventato il punto di vista mondiale, quello con cui tutti devono confrontare il proprio. Tralasciando momentaneamente questa parentesi, è anche importante misurare con quanta intensità i tratti della musica popolare occidentale siano penetrati nelle culture, negli stili e nei generi di quelle singole nazioni che non hanno dato un grande contribuito al panorama musicale globale, se non per identificare la cultura specifica da cui provengono (tra loro, senza contare la classica, la nostra Italia). Non conosciamo granché, ad esempio, delle strumentazioni e motivi tradizionali appartenenti alle numerosissime culture asiatiche, dall’India alla Mongolia, al Pakistan, alla Cina e al Giappone, se non per saltuari e generalissimi stereotipi: questo perché la musica propriamente detta “tradizionale”, conosciuta nel dettaglio da un ristretto gruppo di individui, risulta monotona alla massa che ne è estranea, la quale ne riconosce immediatamente i motivi da canovaccio e la percepisce come tutta uguale. Questo è in effetti lo stesso fenomeno che avviene in una persona non abituata ad ascoltare un determinato genere musicale; conoscendone soltanto di sfuggita qualche pezzo fondamentale, si fa un’idea del “suono” di quel genere, che avverte come banale o poco variegato (un esempio potrebbe essere un ascoltatore occasionale della musica pop moderna, che vede il rock come sopravvalutato e, appunto, tutto uguale, così come il jazz, la classica, il blues, il country; lo stesso discorso vale anche al contrario, dove un “estimatore” di particolari generi passati e di nicchia guarda al pop contemporaneo come un genere vuoto e impersonale.)

Tutto uguale?
Il problema principale che si affronta parlando di fenomeni contemporanei è (necessariamente) la mancata imparzialità: discutere oggettivamente di un argomento vuol dire guardarlo nella sua totale tridimensionalità, in terza persona, quando ormai quell’argomento è completo, e ha avuto cioè un inizio e una fine. Perciò è sbagliato anche parlare di “pop contemporaneo” in generale: è ovviamente un termine ombrello, che include generi diversi come hip-hop, trap, reggaeton, R&B, dance, folk, indie, synth (o techno). Il discorso è estremamente complesso: in particolare, ostica è l’esatta definizione di ciò che si intende con “musica pop”, ovvero musica popolare. Si potrebbe dire, semplificando ai limiti del possibile, che il pop sia l’espressione musicale di un’epoca specifica, piuttosto che un vero e proprio genere: la voce di una generazione, la risposta popolare agli eventi che la colpiscono. Necessariamente diventa un termine ombrello per accogliere tutti quegli stili e artisti che contribuiscono al rinnovamento musicale di un certo periodo, e che agglomerandosi creano l’impronta digitale della musica contemporanea. In questo senso, ogni genere che abbia scosso le fondamenta dell’industria musicale può essere inserito sotto l’etichetta “pop”: il jazz, l’hard rock, il punk, il metal, l’hip-hop. L’esempio più lampante e concreto sono i Beatles: pionieri del concetto stesso di english band , su cui si fonda quasi l’intero genere del rock, spesso vengono accreditati di aver reso la musica pop la forma d’arte della massa. Dunque i Beatles rientrano nel pop? Dipende chiaramente da quale significato assuma il termine “pop”: probabilmente una grande fetta di persone riconosce come pop quel genere musicale appartenente quasi solo agli anni ’70 e ’80, il genere di Micheal Jackson, di Madonna, di Bonnie Tyler, degli ABBA, dei Bee Gees. Tecnicamente è così: la difficile definizione di “popular music” e il conseguente fraintendimento del concetto stesso di “pop”, derivano dal fatto che due cose diverse sono state chiamate con lo stesso nome. Si parla quindi di musica popolare come fenomeno culturale, e di musica pop (o, semplicemente, pop) come genere specifico derivato dal rock ‘n roll e dalla musica beat, di cui sono rappresentanti gli artisti elencati sopra, insieme a molti altri.

La trilogia della musica
Seguendo una schematizzazione estremamente generica, l’intera cultura musicale umana può essere suddivisa in tre categorie: musica colta (o alta), musica di massa (o popolare), e musica tradizionale (o folkloristica). Mentre la musica colta e tradizionale esistono da ben prima del XX secolo, la musica popolare è un fenomeno creatosi esclusivamente nel novecento, nel pieno dell’industrializzazione e massificazione globale; essa nasce dalla fusione dei due estremi, dal rigore e approccio intellettuale dell’una e dall’identità culturale e storica dell’altra. Il jazz può essere considerato il primo esponente vero e proprio di musica popolare (insieme al ragtime, da cui deriva direttamente): nato dal blues afroamericano unito a una strumentazione e regole armoniche pienamente occidentali, fenomeni come lo swing degli anni venti e soprattutto il be-bop degli anni quaranta furono i primi generi musicali a rappresentare un’intera generazione. I “bopper” della Beat Generation erano i ribelli, i giovani rivoluzionari, gli esponenti della cultura underground, e in seguito lo stesso carattere di contro-cultura, di rinnovamento e approccio anti-tradizionalista avrebbero portato al rock-‘n-roll, all’hard rock, all’hip-hop, al punk, al metal. Se la musica colta appartiene a pochi eletti del settore, e quella folkloristica è fondamentalmente un canovaccio generale che fornisce il “suono” di una cultura specifica, la musica di massa è l’unica in grado di definire la voce del popolo, l’unica davvero in costante trasformazione e ricerca, l’unica che non è e non sarà mai statica.

Talento e consumo
È innegabile che il massiccio avanzamento tecnologico nella realtà contemporanea abbia enormemente semplificato il processo di creazione musicale, senza richiedere necessariamente certe abilità (anche tecniche) una volta fondamentali: alcuni esempi possono essere l’ampio uso di autotune, campionatori, e in molti casi anche l’appealing esercitato sui propri ascoltatori, assottigliando sempre più la linea che divide artista e influencer (o star). Lo stardom system è sempre esistito; la novità dell’era contemporanea, invece, sta nell’accessibilità alla produzione musicale fornita idealmente a chiunque. Questa distribuzione globale e massificata fa inevitabilmente salire a galla un pattern molto specifico del consumo di musica da parte della persona media: non si guarda al talento, all’abilità o alle innovazioni di un artista, e fattori diversi dominano invece l’audience e l’andamento della popular music. Questo pattern della massa non è figlio del terzo millennio, e anzi è stato il motore della nascita stessa del fenomeno della musica popolare, mentre prima esistevano solamente musica alta (per come la percepiamo oggi) o folkloristica. Aprendo una piccola parentesi, in effetti quella che oggi consideriamo musica alta non è sempre stata chiamata così: dipendentemente dai generi di musica “classica” (termine ombrello oggi impropriamente usato), diverse composizioni erano destinate a un pubblico colto o popolare. Quello che oggi è cambiato nel mainstream musicale è, in realtà, abbastanza visibile. Si possono elencare tre elementi che oggi plasmano il gusto della massa: industria, immagine e facilità d’ascolto. Tralasciando momentaneamente l’industria, l’idea stessa di immagine risulta estremamente importante: nato già negli anni ’60 del novecento (tra i promotori figurano i Beatles), il concetto di “look” specifico di un determinato artista ha sempre avuto un ruolo fondamentale nell’industria discografica. Essere riconoscibile, nuovo, provocante, iconico, simbolico; dopo i Beatles venne David Bowie, i Kiss, Micheal Jackson, l’intero genere del punk, i rapper… C’è un motivo, dopotutto, se il trentennio ’60-’70-’80 è a mani basse il periodo esteticamente più iconico del novecento, tra acconciature, guardaroba e stili diversi. L’abito fa il monaco: l’immagine crea riconoscibilità. Oggi, l’idea di immagine è stata portata all’estremo, e le produzioni discografiche concentrano gli sforzi più sullo spettacolo visivo (un esempio attuale potrebbe essere Taylor Swift) che sulla qualità o innovazione. I famosi video musicali sono solo “accompagnati” dalla musica, risultando spesso il motivo principale della popolarità di una canzone. Per quanto riguarda la facilità d’ascolto, basta notare l’andazzo della musica popolare dagli albori ad oggi: andando sempre più a regredire nel tempo, notiamo un fluido spostamento dall’insieme di “musica di massa” a quello di “musica alta” dei fenomeni musicali popolari, tant’è vero che oggi, per la maggior parte delle persone, il jazz è considerabile musica ricercata e di difficile ascolto. Riprendendo l’individuo che ascolta generi di nicchia, di cui si è parlato prima, lo stesso titolo di “estimatore” è indicativo di un ascolto moderno attento e intellettuale di generi musicali che una volta erano l’equivalente contemporaneo del pop, la musica che tutti ascoltavano. Non è solo una diversa preferenza: è una costante e inesorabile semplificazione della musica, una generalizzazione e de-personalizzazione assidua che porta oggettivamente a una produzione più massiccia, industriale e globalmente aperta; in sostanza, meno personale e più blanda, più scialba, più superficiale.

Musica industriale
Un nome alternativo e non meno preciso per la musica di massa. L’avvento dell’industria nella vita popolare del novecento ha rivoluzionato e ricreato il concetto di “prodotto”. Produzioni industriali, sempre più grandi e sempre più rapide erano un tempo il riflesso dei bisogni della massa: ingrandendosi la massa, il prodotto aveva bisogno di generalizzarsi, accontentare gruppi disomogenei sempre più ampi, rimuovere dettagli che potessero isolare una certa fetta di pubblico. Questo non è un fenomeno peculiare della musica come arte, ma di qualsiasi forma di espressione, non solo artistica. La musica è tuttavia uno dei fenomeni più facilmente analizzabili, per l’enorme accessibilità dei servizi di streaming e della tecnologia a livello mondiale. Guardando alla globalizzazione come un fenomeno culturale vero e proprio, in effetti, la musica odierna è un riflesso perfettamente coerente con quanto detto finora: la generalizzazione è il fenomeno, la musica si generalizza di conseguenza. È un processo inevitabile, e climax finale di un percorso iniziato più di un secolo fa: in breve, una cauta previsione del futuro è l’esaurimento finale di nuovi generi, o perlomeno l’estremo rallentamento e gradualità del processo che porta a crearli. In una società sempre più individualista e composta da gruppi sempre più grandi ed “estremizzati”, i singoli innovatori faticano a trovare il loro piccolo lago d’audience, costretti a confrontarsi con un oceano globale di unificazione culturale, il quale favorisce invece il destino ultimo di ogni grande impero: una stanca stagnazione culturale, l’abbiocco della società, la comoda sensazione di noia tranquilla.

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