Innanzitutto, mi scuso per il titolo alla V per Vendetta. In questo periodo mi ritrovo a riflettere molto sul momento presente, anche per necessità – in mezzo a una routine che permette pochi momenti di riflessione -, e per mia grande fortuna il palcoscenico di questo mio presente è la città di Venezia. Rinomata per essere la città più bella del mondo, è un nucleo culturale e artistico unico nel suo genere, uno dei simboli più celebri dell’Italia del nord, celebrata attrazione di autori da ogni parte del mondo. Eppure…
…eppure c’è un rovescio della medaglia. Me ne rendo conto frequentandola nelle giornate di studio, nei viaggi continui tra l’isola e l’appartamento da studente in cui abito, nel costante vociare vivace e brulicante di vita: Venezia è un cuore che pompa di continuo, vero e proprio essere vivente, un organismo più vivo che mai, una voce che non conosce un vero silenzio. Ed è proprio questo il punto: checché se ne voglia, per quanto romantica e stimolante, artistica e gremita d’ispirazione in ogni calle, Venezia non rilassa. Non culla, non calma: Venezia stimola, trasporta con forza, prende e rovescia senza chiedere, vive nel senso più forte della parola. Non è necessariamente una cosa negativa: è il carattere della città, la sua personalità che la rende così cara e famosa nella cultura occidentale. Sicuramente, me la godrei di più se fossi più vecchio. O se non studiassi. Ma non posso fare a meno di chiedermi se davvero Venezia non sia rilassante, o se piuttosto non sia proprio io a non voler essere rilassato.
Mi sforzo parecchio nell’ammettere che ho un rapporto di amore/odio per Venezia. La amo, naturalmente, proprio per lo stimolo artistico che offre: l’ispirazione continua, la bellezza dei suoi colori, dei suoni, dei profumi, la sua voce pulsante nei canali scroscianti, nel dialetto veneziano e nell’inglese dei turisti, la bella costrizione di viverla camminando, con calma, dovendo esplorarla senza fretta. Ma è questo il problema: se non ci può permettere la calma che la città richiede, ci si sente di star sprecando un’occasione. Il richiamo di Venezia, la sua costante richiesta d’essere vissuta al 100%, è il canto di una sirena che strazia proprio per la sua bellezza, per la sua impossibilità di essere raggiunta. Ma… è colpa sua?
Ovviamente no, il problema è mio. A vent’anni, come oggi si legge su qualunque social, ciò che più si sente è l’energia latente che permea ogni giornata, la volontà di costruire quante più opportunità possibili, la sensazione di star sprecando la propria vita altrimenti. Ci viene continuamente detto che i vent’anni sono fatti per sbagliare, imparare e vivere la propria giovinezza, ma chi realmente vuole vivere una vita che non porta a nulla? È difficile vivere con la consapevolezza che non stiamo facendo nulla di davvero importante per la nostra vita futura, perché dobbiamo goderci quest’età finché possiamo; questo è il mio problema con Venezia. In ogni angolo sento una voce che mi chiede di “prenderla con calma”, di stare; forse mi disturba proprio questa forzatura alla calma, l’assenza di un bivio, di un’alternativa. Venezia ha una personalità troppo forte per essere vissuta in una maniera diversa da quella che esige: forse, allora, non è che una medicina cattiva, una scomoda salvezza dalla frenesia dei vent’anni.
Grazie, Venezia.

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