In una Hollywood sempre più aperta verso il cinema internazionale e indipendente, in netto contrasto con gli anni che hanno visto la rapidissima ascesa – e l’altrettanto rapido declino – del fenomeno “cine-fumetto”, i grandi mostri sacri del cinema americano, dagli anni ’70 (ancora) protagonista indiscusso dell’industria, si vedono sempre più “snobbati” dal grande pubblico; non solo, oggi è sempre più facile fare della cinefilia un’attività “intellettuale”, grazie alla libertà d’espressione che i social e internet in generale offrono sostanzialmente a tutti (lo dimostra da sé questo stesso sito!). Del resto, ciò si potrebbe applicare a qualsiasi campo artistico; sono diversi i motivi che hanno portato alla “mediocrizzazione” dell’arte, fatto per cui tanti preferirebbero tornare ai bei tempi analogici, in cui il mondo dello spettacolo era sicuramente più elitario, ma anche di più alta qualità. Da una parte una connessione più ampia, immediata e scorrevole, dall’altra l’aumentata competenza della massa data dall’educazione: oggi lasciare il segno nell’arte è un obiettivo più arduo che mai, dal momento che la competizione non avviene più solo all’interno di ristretti circoli intellettuali, ma tra milioni – se non miliardi – di individui. Eppure c’è un nome che più degli altri, oggi, è ancora capace di trasmettere quello stesso senso di ammirazione e ispirazione, che in mezzo all’andirivieni di nomi e opere declamate come “capolavori” e dimenticate il giorno successivo riesce a stagliarsi talmente in alto da rendere l’uscita di ogni suo film un vero e proprio evento: Quentin Tarantino.

C’era una volta a Knoxville

Tarantino nasce nel 1963 a Knoxville, Tennessee, da Connie McHugh, fervente cinefila, e Tony Tarantino, aspirante attore che abbandona la famiglia poco prima della nascita del figlio. Dopo tre anni passati a Knoxville, i due si trasferiscono a Los Angeles, dove Connie conosce il musicista Curtis Zastoupil; i due si sposano, e la famiglia si sposta infine a Torrance, in California. Quentin cresce in un ambiente fortemente legato allo spettacolo: oltre alla passione cinematografica della madre, il patrigno lo porta di frequente al cinema, facendolo assistere a film maturi e adulti come Conoscenza carnale (1971) e Un tranquillo weekend di paura (1972); quest’ultimo vede nel cast il nome di Burt Reynolds, attore apparso nella serie televisiva Gunsmoke (1955-1975), di cui Connie era appassionata, interpretando il personaggio “Quint Asper”, a cui Tarantino deve il proprio nome. Connie e Curtis divorziano nel 1973, e nel 1978, a 15 anni, Quentin lascia definitivamente gli studi alla Narbonne High School di Harbor City; dopo aver svolto diversi impieghi, tra cui l’usciere nel cinema per adulti Pussycat Theater (fu assunto dopo aver mentito sulla propria età), iniziò a lavorare presso la videoteca Video Archives, a Manhattan Beach in California, dove incontra il collega e futuro co-sceneggiatore di Pulp Fiction, Roger Avary. Presso Video Archives, Quentin, già profondo conoscitore ed estimatore del mondo cinematografico, completò la propria conoscenza cinefila a livelli praticamente enciclopedici, memorizzando titoli, attori, produttori, registi e sceneggiatori anche sconosciuti o poco apprezzati; in questo modo, divenne una sorta di magazzino umano di informazioni tecniche, registiche e narrative, tanto da affermare nel 2004, durante un’intervista per la BBC con Andrew Walker: «Quando le persone mi chiedono se ho frequentato una scuola di cinema, io gli dico: “No, ho frequentato il cinema”».

Conoscenza mediocre

Non è soltanto il talento a rendere grande un artista – qualsiasi sia il proprio significato di “grande” – ma anche (e soprattutto) l’esperienza. Il concetto stesso di talento è fortemente ambiguo e inesatto, per il senso generale che gli viene dato: esiste certamente un’inclinazione innata, una forma di espressione personale, una passione. Ma se potessimo chiedere alle più grandi menti della storia come abbiano fatto a creare i loro capolavori, probabilmente nessuno risponderebbe “talento innato”, ma tutti direbbero “imparando”. Oggi viene molto sottovalutato l’aspetto della perseveranza: questo, forse la più grande differenza tra l’uomo contemporaneo e del passato, deriva da un semplice fatto: l’accessibilità a tutto. Accessibilità alla conoscenza immediata, ai beni di consumo, alla distrazione: senza perdonare né condannare, l’annullamento del processo di ottenimento dato da internet e dai social ha inevitabilmente impigrito l’uomo moderno, sia fisicamente che mentalmente. Sempre più bisognoso di nuove distrazioni, diventa gradualmente più difficile, per un individuo del primo mondo, legarsi a qualcosa: il processo necessario a padroneggiare un’arte è una montagna apparentemente impossibile da scalare, e chiaramente ci si arrende prima ancora di salire sulla prima roccia, oppure ci si accontenta del tratto di strada più comodo, che richiede meno fatica. Quest’ultima opzione è purtroppo comune a chi oggi si avvicina al mondo dell’arte: la possibilità della massa di ottenere molta più conoscenza generale rispetto al passato (alfabetizzazione e connessione mondiale) ha portato all’ottenimento superficiale di quella conoscenza; se una volta ognuno sapeva bene poche cose (solitamente inerenti al proprio ruolo nella società), oggi tutti sappiamo tutto male (non entro, per non piangere, nell’ambito dell’intelligenza artificiale). Dunque i cineasti moderni fanno quasi sempre film “brutti”? Non per forza: tuttavia, è innegabile che il medium audiovisivo non ha più intento artistico, bensì consumistico. Di questo fenomeno risentono la musica, la letteratura, fumetti, videogiochi: praticamente ogni ambito d’arte creativa ha cambiato intenti, e se prima ambiva all’espressione di una singola personalità, oggi punta ad acquistare favore, ottenere il consenso della massa, piacere a più persone possibili. Un vero e proprio bene di consumo. Che i film siano più belli o più brutti, de gustibus non disputandum est: fortunatamente, la soggettività è ancora molto legata al mondo dell’arte. Evidente è, però, che i prodotti artistici mancano spesso di un messaggio personale, una firma, si perdono nella massa e nella memoria delle persone, non hanno un vero impatto sull’arte o sul modo generale di vedere la realtà, per quanti voti alti abbiano sugli aggregatori di recensioni; si fermano quando la visione diventa troppo personale, troppo specifica, altrimenti non piacerebbero a tutti. Uno dei sintomi più evidenti di questo fenomeno è lo smisurato successo globale dei cine-fumetti Marvel, fondamentalmente una serie TV di dimensioni estreme, soprattutto negli anni 2010: hanno portato la cultura nerd al grande pubblico, e il target dei supereroi, un tempo composto principalmente da maschi adolescenti, è passato a tutti, persone di ogni età e sesso. Questo enorme successo di pubblico porta a una riflessione: come può qualcosa di artisticamente significativo piacere così tanto a tutti, se tutti hanno, come si è detto, gusti diversi?

Raccogliere, rielaborare, rifare

Tornando a uno dei registi più popolari degli ultimi trent’anni, la più grande differenza tra Quentin Tarantino e – più o meno – qualsiasi altro cineasta moderno è quale nome contenga l’altro, tra autore ed opera. Ovvero, quale tra i due salti prima alla mente del pubblico: tutti conoscono il nome “Avengers”, ma non tutti conoscono i nomi dei vari registi; tutti conoscono la saga di Harry Potter, ma solo alcuni sanno chi li ha diretti. Tutti conoscono i grandi film d’animazione, ma quasi nessuno conosce i nomi degli autori, al di là dello studio. Insieme a pochi altri registi che vantano una considerazione simile (Christopher Nolan, Hayao Miyazaki, James Cameron, per citare alcuni “moderni”, la cui reputazione non nasce nella Nuova Hollywood), Tarantino è il nome che si pensa immediatamente quando viene nominato qualsiasi suo film; la sua filmografia è indissolubilmente legata alla sua personalità, alla sua figura, e l’elenco di tutte le sue opere, oltre che breve, è ben conosciuto da molti. I motivi sono diversi: una filmografia volutamente ristretta e limitata, la visione dell’arte come espressione personale e non commerciale, e soprattutto la creazione di un nuovo cinema, fondato sulla cultura-pop (e quindi fortunatamente fertile negli anni 2000) e sull’esperienza cinematografica: questo non vuol dire aprirsi a quante più persone possibili, ma far sì che chi va al cinema si diverta. Questo perché lui, prima di tutto, si diverte. Quella che Tarantino ha del cinema è una conoscenza generale, generalissima, praticamente totale: ma è anche completa, è profonda, è consapevole della materia. Attraverso l’esperienza in prima persona del mondo dello spettacolo (sia come spettatore, ma anche come autore: i suoi primi progetti furono fallimentari, venduti o accantonati), è diventato esperto del medium cinematografico, non attraverso scuole, letture o discussioni sui forum, ma mettendo mano alla sua conoscenza estrema per creare qualcosa di originale, che avesse un profumo specifico, che fosse semplicemente suo; e soltanto un esperto può realizzare una cosa del genere. Nacquero così Le Iene (1992) e Pulp Fiction (1994). Ambedue i film, e soprattutto il secondo, portano già novità fondamentali proprie di Tarantino nel panorama cinematografico: anzitutto, una narrazione non lineare che fa grande uso di flashback e salti temporali, e in particolare uno stile di sceneggiatura estremamente realistico (nonostante le situazioni siano spesso assurde, un dialogo che “suona vero” ha lo scopo di proiettare lo spettatore nella pellicola, anche se nessuno parla davvero così) , ma anche stiloso; non stupisce che un copione particolarmente verboso e con dialoghi che richiamano il quotidiano venga oggi definito spesso “tarantinesco“. Nessuno, prima di lui, aveva realizzato film del genere: subito ci fu qualche opinione contrastante, ma per gran parte della critica era nata una rivelazione: il più degno erede del cinema del passato, fautore di un nuovo modo di fare – e pensare – i film.

Morto un cinema………

Si è già parlato di come oggi i grandi autori del cinema siano passati in secondo piano per quanto riguarda l’interesse del pubblico, mentre i cine-fumetti prima, e i film internazionali e indipendenti poi, abbiano un ruolo sempre più centrale e importante all’interno di Hollywood. Se si guarda, per esempio, a film come Megalopolis (2024) di Francis Ford Coppola, Killers of the Flower Moon (2023) di Martin Scorsese, The Fabelmans (2022) di Steven Spielberg, Babylon (2023) di Damien Chazelle (già autore di Whiplash e La La Land), e praticamente tutti gli ultimi lavori di Ridley Scott, si nota come cineasti un tempo considerati veri e propri dèi del mondo del cinema ricoprano ora un ruolo minimo nell’interesse del pubblico, e la linea che divide le personalità intoccabili dagli emergenti autori indipendenti si assottiglia sempre più, per quanto riguarda mezzi, risorse e riconoscimenti. Se questo è comunque un fenomeno naturale nel passaggio da un tipo di cinema a un altro, a seconda all’epoca, ciò che risulta profondamente diverso nell’industria cinematografica oggi si può constatare confrontando i maggiori incassi degli ultimi anni: costanti non sono gli autori, bensì gli studi di produzione, le famose multinazionali (Disney su tutti). A proposito di produzione commerciale a discapito dell’espressione artistica, proprio le multinazionali prediligono una distribuzione casalinga, piuttosto che puntare sugli incassi nelle sale cinematografiche, e dopo un breve periodo di programmazione sugli schermi, le pellicole vengono subito rese disponibili nei servizi di streaming, espressione ultima dell’accessibilità immediata. L’esperienza cinematografica è soltanto un ricordo per pochi nostalgici, e la sua centralità nella vita della massa è defunta da tempo. Lo stesso Tarantino lamenta la morte del cinema: «Beh, che c***o è un film adesso? Qualcosa che esce al cinema con una distribuzione simbolica per quattro c***o di settimane? Già dalla seconda settimana puoi guardarlo in TV.» Proprio Tarantino, paradossalmente, è ancora uno di quei pochi autori che possono contare solo sul proprio nome per assicurarsi un successo al box-office; la sua firma è marchiata a fuoco nella cultura pop, e proprio come i registi della Nuova Hollywood negli anni ’70 (se non avessero cercato di resuscitare, negli ultimi anni, un tipo di cinema palesemente defunto), resterà negli annali per gli artisti del futuro, ispirazione per le generazioni a venire. Il suo nono film, che lui considera come il grande climax della propria filmografia, è una vera e propria lettera d’amore alla Hollywood di artisti e non di multinazionali, di passione e non di stanca accondiscendenza, di meritocrazia e non di massificazione. Non certo che la Vecchia Hollywood fosse perfetta o moralmente migliore rispetto ad oggi, cosa che il film intende rendere ben chiara: tuttavia non si può fare a meno di provare un certo magone nel guardare indietro a un cinema che, pur puntando comunque prima di tutto al guadagno, non era ancora una catena di montaggio di immensa mediocrità, ma un’attività d’élite che faceva sognare, un’arte per pochi che richiedeva esperienza e abilità. Quentin Tarantino è davvero l’ultimo simbolo di tutto questo: un canto del cigno degno della vita del cinema, il riassunto di un’arte che, in questa forma, esiste solo nel passato.


Scopri di più da FUOCO DI CARTA

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento