Negli ultimi mesi, tra università, impegni, passioni e mantenimento di una qualche sanità mentale, l’obiettivo più arduo si è rivelato riuscire a riposarmi in modo efficace. Questo, di per sé, appare come un ossimoro di concetti: puntare alla buon riuscita ed efficacia di un’anti-azione, del momento sabbatico, della decompressione. In breve, il mio perfezionismo si insidia anche in quei momenti dai cui vorrei bandirlo: vorrei massimizzare l’efficacia del riposo in un tempo quanto più breve possibile (non so se per vera necessità o per “sindrome da workaholic”). Il benessere mentale, quindi, è diventato un impegno da espletare come tutti gli altri, diventa parte di quella routine che invece dovrebbe spezzare.

Ma facciamo ordine.

Sembra superfluo sottolineare che, in un periodo colmo di impegni, sia difficile trovare momenti di riposo: in particolare nella società moderna, si tratta di un problema comune bene o male a chiunque, per cui termini come “burnout” (o, molto meno fascinoso, esaurimento), ansia, ADHD, stress, e molti altri entrano frequentemente nel nostro modo di concepire i problemi dell’uomo di tutti i giorni, e con altrettanta frequenza vediamo spuntare sempre più persone che abbandonano e ripudiano la frenesia del mondo contemporaneo per dedicarsi all’avventura, noleggiare un mezzo – si veda il fenomeno dei van camperizzati, su tutti i Westfalia – e tentare uno stile di vita nettamente opposto a quello che caratterizza la maggior parte delle persone, apparentemente alla stregua di un’ipnosi collettiva, un Matrix dal quale solo alcuni riescono ad evadere. Tralasciando per il momento questo fenomeno – che vive di influencer e “guru” di vita, fondato sulla romanticizzazione dell’avventura in quanto libertà -, il punto fondamentale della mia situazione non è tanto l’assenza di riposo, ma l’incapacità di far fruttare il riposo in modo da ricaricarmi a dovere. Questo è un problema ben diverso: che succede se, anche abbandonando la società brutta e cattiva (descritta da Charlie Chaplin in “Tempi moderni”), anche avendo tutto il tempo del mondo per sé, la sensazione di inquietudine rimane, insieme al senso di colpa di star buttando via le giornate? E soprattutto, perché?

Comfort zone

Per quanto mi riguarda, ho sempre visto un’inconciliabile differenza tra ciò che effettivamente mi aiuta a decomprimere gli impegni o le fatiche quotidiane, e ciò che oggi viene chiamato colloquialmente “comfort zone”; nello specifico, quel modo di vivere il tempo libero in modo passivo, che non porta ad esplorare nuovi lidi né ad ampliare il proprio bagaglio, e che proprio per questo non comporta alcun tipo di sfida, risultando estremamente confortevole e rassicurante. Il problema della comfort zone, per chi come me è abituato a preoccuparsi costantemente del tempo perso, è che alla lunga può creare dipendenza: il pericolo del “lasciarsi andare” è il lasciarsi andare… troppo. Di conseguenza, il momento teoricamente dedicato al riposo e al distacco dagli impegni quotidiani viene vissuto nell’attesa inesorabile e inquieta della sua fine (lo stesso motivo per cui, generalmente, preferiamo il sabato alla domenica: c’è ancora tempo). Se infatti non si pone a priori un termine al riposo, il rischio è di non farlo mai finire: esisterà sempre, quindi, l’elemento del ritmo e della routine, individibile da ogni momento della nostra vita. Per la sua stessa natura di “distacco” dalla vita frenetica, infatti, la comfort zone finisce per farne parte, inserita in un lasso di tempo da programmare, schiavo della routine: inizia quando un impegno finisce, e finisce quando un nuovo impegno inizia.

Vita lenta

Un eccesso ne porta inevitabilmente un altro. È la legge dell’equilibrio: ad ogni forza ne corrisponde una uguale e contraria, e quanto più frenetica è la vita impegnata, tanto più intenso sarà il bisogno di riposarsi. La soluzione al problema mi appare quindi ovvia, ma non per questo immediatamente raggiungibile: vivere una vita lenta. Mi aiuta molto, ad esempio, elencare mentalmente quali siano le vere priorità che mi occupano in un determinato periodo, e lasciar perdere ogni altro impegno: dedicarmi con calma e costanza alle cose necessarie, e con altrettanta calma permettermi momenti di riposo, eliminando così l’effetto colpo di frusta del relax forzato. C’è la possibilità, all’inizio, di sentirsi un po’ in colpa, certo, ma la ritrovata serenità del momento vissuto pienamente nel presente è impareggiabile; forse, davvero tendiamo a complicarci la vita e ingigantire problemi che, dopo un bel respiro, non appaiono più così insormontabili……… anzi.


Scopri di più da FUOCO DI CARTA

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento