Notre-Dame de Paris, di Victor-Marie Hugo, libro quinto, secondo capitolo: Questo ucciderà quello. Leggendo questo romanzo – o, più correttamente, divorandolo -, l’immagine dell’autore che ai miei occhi si è fatta più vivida è quella di un giovane scrittore (all’epoca ventottenne!) che si strugge per la morte di un’Arte, che fino a qualche secolo prima aveva svolto il ruolo di indiscusso baluardo della mente e della creatività umana: l’architettura. In effetti, chi conosce questa storia attraverso l’adattamento disneyano del 1996 (che pure prende il nome dall’edizione anglosassone dell’opera), sarà sorpreso nello scoprire che il vero protagonista dell’opera originale, piuttosto che un essere umano, è proprio quello che il titolo indica con semplicità: la cattedrale di Notre-Dame a Parigi. La chiesa, l’edificio, la struttura, l’opera: Hugo tratta il suo personaggio principale come un vero e proprio essere vivente, un corpo che respira, che vive e che cambia nel tempo: una creatura fatta dall’uomo, che si fa dio per avvicinarsi al suo creatore, e che nel tempo se ne dimentica, lasciandola al suo destino senza più prendersene cura. 

Notre-Dame Cathedral by u00c9douard Baldus by J. Paul Getty Museum is licensed under CC-CC0 1.0

Cancellare la storia

La prefazione del romanzo, datata tra febbraio e marzo 1831 e firmata dall’autore stesso, lamenta senza nasconderlo la dilagante negligenza nei confronti dell’architettura propria del tempo di Hugo: il concetto di “restauro”, così importante e fondamentale agli occhi dell’uomo moderno, era tendenzialmente inesistente prima del XIX secolo, ed eccezion fatta per reliquie sacre o preziose, la preservazione del passato e del tempo antico era un concetto sconosciuto all’uomo romantico, ancora immerso nell’idea illuministica di progresso inteso come miglioramento storico, e dunque conseguente disprezzo per il passato (si veda l’appellativo medioevale postumo di “secoli bui”). Non sorprende quindi il trattamento ricevuto dalla cattedrale, non soltanto di abbandono, ma anche di vera e propria mutilazione: interi affreschi intonacati, iscrizioni scrostate dai muri, statue demolite da un popolo indolente e noncurante. È chiaro l’intento denunciatario dell’autore: un monito che risvegli gli animi, che infonda nuova empatia e interesse verso un’arte praticamente già defunta; la trascuratezza popolare verso la creatura dell’uomo si riflette, all’interno del romanzo, su tre personaggi profondamente legati alla cattedrale, in un modo o nell’altro: Quasimodo, la Esmeralda e Claude Frollo.

ΑΝΑΓΚΗ

“È su quella parola che è stato scritto questo libro.” Così Hugo conclude la sua prefazione: quasi un riscatto, un’elegia, l’unica testimonianza diretta di un’antica incisione anonima sui muri della cattedrale, incisione inesorabilmente cancellata (scrostata o intonacata) insieme al suo anonimo autore. Ανάγκη, “anànche”, ovvero fato, morte, predestinazione: il decadimento naturale di tutte le cose, senza eccezioni. Ironicamente destinata allo stesso oblio che descrive, questa fatalità è ciò a cui nessun uomo non può sottrarsi, per quanto potere, controllo e ordine ottenga: è la consapevolezza che, qualsiasi posizione o rango sociale egli ricopra, l’unica cosa certa è che un giorno morirà. Non è un caso, allora, che Hugo attribuisca l’autorialità della macabra incisione al tormentato Dom Claude Frollo. Come del resto anche Quasimodo per l’aspetto e la Esmeralda per l’etnia, Frollo è un emarginato del suo tempo: ma nel suo caso, il motivo del suo isolamento è più complesso e sfaccettato rispetto agli altri personaggi. Innanzitutto, in quanto arcidiacono di Notre-Dame, egli gode di un prestigio sociale piuttosto elevato, accentuato dalla posizione di favore che ricopre nei confronti del sovrano di Francia Luigi XI; viene descritto come uomo pio e retto, devoto alla fede cattolica quanto all’accrescimento intellettuale, e premuroso verso il fratello Jehan, da lui cresciuto come una madre e fonte di costanti delusioni. Proprio quest’indole caritatevole lo porta ad adottare un bambino deforme abbandonato davanti alla cattedrale, richiamato da una folla di persone riunitasi ad osservare “il figlio del demonio”: a lui darà il nome di Quasimodo, dal nome della seconda domenica di Pasqua, giorno in cui è stato abbandonato, detta domenica quasimodo (dall’incipit dell’introito della messa: “quasi modo geniti infantes”, ovvero “come bambini appena nati”). Questa sua opera di carità malvista dal resto del popolo (che vede Quasimodo come figlio di una strega o incarnazione del male) rinsalda la sua nomea di mago e stregone, conferitagli principalmente dai suoi studi e pratiche di alchimia, pseudo-scienza in cui la sua sete di conoscenza e controllo è necessariamente approdata dopo aver perlustrato lo scibile umano (nomea coadiuvata anche dalla clausura volontaria e una paura delle donne che rasenta la misoginia). Proprio l’alchimia è un’interessante aspetto del personaggio, in quanto “scienza” che cerca di emulare la creazione divina, trasformando ad esempio la luce in oro: una scienza che cerca di regolamentare la religione e la fede. Questa ricerca di un controllo empirico è in netto contrasto con la vocazione di Frollo, che attraverso l’alchimia cerca di farsi Dio, averne le facoltà; proprio l’ossimoro sembra essere la vera natura del personaggio, moralmente ammirabile sotto certi aspetti, ma corrotto fino al punto di non ritorno man mano che la storia prende piede, che s’infatua della Esmeralda pur disprezzando le donne e gli zingari, che salva Quasimodo da morte certa, ma sembra trattarlo più come uno strumento per la salvezza del fratello, che un vero essere umano. E infine, in piena opposizione con il libero arbitrio professato dalla chiesa, Claude Frollo incide nella sua stanza della torre di Notre-Dame la parola greca della prefazione, parola che non vede salvezza né crede nella libera scelta; un degrado inesorabile e inarrestabile.

Coccio e cristallo

Con il titolo al quarto capitolo del libro nono, Hugo esemplifica ad arte i caratteri e il rapporto dei due personaggi che nel romanzo incarnano la cattedrale stessa: Quasimodo e la Esmeralda. Il primo ci viene presentato come il vero spirito della cattedrale: l’anima che abita il corpo, la vita senza cui oggi Notre-Dame è spenta; “come un teschio in cui ci sono ancora i buchi per gli occhi, ma senza più sguardo”. E in questa chiesa che Quasimodo avverte come un’estensione del suo corpo, nonché unica dimora, abitano insieme a lui statue di mostri e di santi – a sottolineare nuovamente il conflitto tra luce e tenebra, tra bene e male, tra coccio e cristallo che permea l’opera -; i primi lo proteggono, i secondi lo benedicono. Lui somiglia nell’aspetto ai primi, nell’anima ai secondi. La Esmeralda somiglia invece in tutto e per tutto a Notre-Dame nell’aspetto: bellissima, flessuosa, dai lineamenti quasi sublimi (tanto è vero che ogni personaggio maschile del romanzo se ne innamora). Ma purtroppo, come il popolo del tempo di Hugo, anche lei è cieca, sorda alla bellezza intrinseca dell’anima di Notre-Dame, non ne sente le campane né la voce, davanti a lei vede solamente una creatura il cui aspetto la ripugna (le chiese gotiche venivano altresì snobbate dall’uomo ottocentesco, che prediligeva un ritorno a forme rinascimentali e classicheggianti). Ed è dunque emblematico l’episodio del coccio e del cristallo: Quasimodo mette davanti alla ragazza due vasi fioriti, uno di cristallo, l’altro di coccio. Il primo, bellissimo, si è incrinato e si è svuotato dell’acqua che conteneva, lasciando così appassire i fiori. Il secondo, più modesto nell’aspetto, è rimasto integro, e i fiori che porta sono ancora vivi e saldi. La Esmeralda sceglie il vaso di cristallo, fragile e trasparente, e Quasimodo accetta la sua scelta, senza farsi più vedere da lei. La fine della loro storia riflette perciò il decadimento in cui versava Notre-Dame de Paris: ignorata e maltrattata da un popolo incapace di vederne il valore da un lato, la bellezza dall’altro.

Il libro e l’edificio

Torniamo dunque alla frase iniziale; abbiamo finora chiarito il ruolo di Notre-Dame nel contesto storico dell’autore, e l’utilizzo costante dell’ossimoro proprio della natura umana, governata da bellezza e bruttezza, fede e ragione, bene e male. Durante un colloquio col re di Francia, Claude Frollo osserva l’unico libro stampato della sua biblioteca, per poi alzare lo sguardo verso la cattedrale che scorge dalla sua finestra: infine, proclama “Questo ucciderà quello”. L’intero capitolo successivo è dedicato alla spiegazione di questa frase. Hugo offre due significati: il primo, più semplice e immediato, è che la stampa, veicolo di dottrine e idee assai più volatile e libero delle encicliche, sermoni e omelie della chiesa cattolica, spodesti quest’ultima in quanto a Potenza sulle masse; l’alfabetizzazione generale uccide il pensiero unico, la ragione uccide la fede, l’illuminismo ha ucciso l’architettura gotica. Ma al di là di questa opzione, nelle parole di Frollo si nasconde un altro significato, proprio dell’uomo colto più che del prete, proprio dell’artista: il libro ucciderà l’architettura in quanto simbolo espressivo dell’uomo, della sua storia e della sua anima. Questa ipotesi fa naturalmente sorgere una domanda: può una sola arte racchiudere in sé lo spirito artistico, culturale e storico dell’umanità intera? Ovviamente no. Eppure c’è una verità in questa nozione: tra tutte le arti, ogni epoca elegge la propria rappresentante, una super-arte che meglio sintetizzi e raccolga l’identità collettiva umana, che più di ogni altra sappia dare un ritratto e un carattere all’animo dell’uomo. Prima della stampa, questa voce, questa identità, era l’architettura, l’edificio: la chiesa. Un linguaggio universale, che non richiede traduzioni di sorta, un messaggio unico e visivo che non richiede alfabetizzazione. Nel 1455, Gutenberg stampa la Bibbia a quarantadue linee, primo libro stampato in occidente (preceduto nel 1041 circa da Bi Sheng, in Cina, che ideò caratteri di terracotta). Con questa scoperta, ogni idea, ogni pensiero, ogni espressione che l’uomo fosse in grado di concepire venne trasmessa potenzialmente all’infinito, senza il limite del codice ricopiato a mano; con l’alfabetizzazione, il raccoglimento della coscienza popolare collettiva non avviene più in chiesa, nella cattedrale, negli affreschi e nelle vetrate; le parole si trasferiscono direttamente sulla carta così come vengono pensate, e la scomoda immobilità della chiesa viene sostituita dalla comoda agilità del libro. È facile intuire i motivi della decadenza dell’architettura: da un lato l’agio moderno della fruibilità immediata, dall’altro la crescente sete di conoscenza della massa, la cultura come bene sempre più comune a tutti, la volontà collettiva di un maggior controllo, potere e sapere: l’allontanamento dell’uomo da Dio, la particolarizzazione dei linguaggi una volta riuniti sotto un’unico codice; la nuova torre di Babele del genere umano.

Toren van Babel (1638 – by Rijksmuseum is licensed under CC-CC0 1.0

Torre di Babele

È con questa formula che l’autore conclude la sua digressione: dal mito biblico che descrive l’origine delle lingue con il conseguente fallimento dell’opera architettonica, al passaggio di testimone da architettura a stampa come espressione principale del linguaggio umano. Interessante è notare la piena consapevolezza dell’autore di questo fenomeno, e altrettanto la prontezza a utilizzare proprio il libro di carta a salvataggio del libro di pietra, l’edificio; con un ironico capovolgimento della frase “questo ucciderà quello”, la stampa uccide l’architettura per poi farla risorgere. Non è un caso che proprio Notre-Dame de Paris, grazie alla natura di libro stampato che Frollo condanna, darà alla società e alle masse nuovo interesse e nuova consapevolezza nei confronti di un’arte perduta e delle condizioni pietose di Notre-Dame, facendo scaturire la scintilla della rivoluzione architettonica (che ebbe notevole influenza dalle avanguardie del novecento). Ma pensando proprio alla storia contemporanea, poniamoci una domanda: il libro stampato è ancora il capofila indiscusso dell’arte? Si potrebbe ad esempio affermare che il nuovo perno culturale, entro cui fluiscono i caratteri principali della nostra epoca, siano i media audiovisivi: cinema, sere TV, musica… In breve, tutto ciò che oggi è consumabile in “streaming”. Saremmo dunque di fronte a una terza torre di Babele: meno persone leggono, l’uomo è propenso a una fruizione sempre più passiva dell’arte, sempre più particolareggiata a seconda del contesto: dall’unica grande raccolta culturale delle chiese, al personale libro, al personalissimo smartphone, PC o televisore. Ma forse non si tratta di una sostituzione: anzi, come la storia ha già dimostrato, proprio con questo romanzo, una forma di espressione alternativa e più versatile può ridare nuova linfa ad arti altrimenti estinte, tanto il cinema quanto la narrativa, la pittura, il fumetto, la musica.

“Questo ucciderà quello” si è rivelata una frase vera a metà: in effetti, un linguaggio ne spodesta un altro in quanto a simbolo espressivo di un periodo storico, ma proprio per questo lo sostiene e ne impedisce l’estinzione. È qui che l’ossimoro di Notre-Dame de Paris viene ad esaurirsi: non più bianco e nero, bene e male, bello e brutto, ma una infinita scala di grigi, in cui una tonalità non ha senso di esistere senza la precedente o la successiva, e dove nuove forme artistiche verranno create e modificate a seconda dell’epoca, fintantoché esisterà l’uomo; e anche dopo, avrà lasciato una firma, un timbro, un’impronta a testimoniare il suo passaggio, che sia una statua, un libro o un edificio.


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